Questo è un post che non avrei voluto scrivere.
Perché è molto personale, perché non posso ancora dire tutto, perché non dovrebbe essercene più bisogno, nel 2026.

Eppure eccomi qui, a un mese scarso dall’8 marzo, con parole che fanno eco a molte altre ma che voglio aggiungere lo stesso, sperando in un effetto valanga ormai in ritardo da troppo tempo.
La prima violazione del mio spazio personale è avvenuta prestissimo: avevo forse 6 anni, lui almeno il doppio, figlio di una vicina di casa con cui passavo qualche pomeriggio al mese.
Sono riuscita a capire che c’era qualcosa di sbagliato quando, l’ennesima volta che ha allungato le mani, c’erano intorno altri suoi amichetti: loro ridevano, io ho avuto paura.
Da quel giorno in poi, basta pomeriggi dalla vicina; ma non so se per lui ci siano state conseguenze.
Poi c’è stato il mio primo lavoro: 18 anni io, 40 lui.
Mi ha configurato l’account email, offerto un paio di caffè, salutato nei corridoi.
Si è presentato un giorno con un CD di canzoni romantiche e una lettera, nella quale diceva quanto fosse chiara la mia reciprocità del suo sentimento: mancava solo la dimostrazione.
Sono caduta dalle nuvole e, non sapendo come gestire l’imbarazzo, ho dato le dimissioni.
Qualche anno dopo, situazione analoga.
Un imprenditorino, figlio di papà poco abituato ai no, ha confuso la mia gentilezza per automatica disponibilità nei suoi confronti.
Ma non tutto si può comprare.
Quando è stato evidente che non ci fosse spazio per le sue fantasie mi ha licenziata, la settimana prima di Natale.
Di nuovo, nel 2003, con un capo che consideravo quasi un padre, non solo per la differenza di età.
C’era confidenza, una volta mi sono permessa di dire la mia in modo più acceso del solito.
Mi ha risposto: “quando fai così, ti sc*perei”.
Dopo essermi ripresa dallo shock, ho dato le dimissioni.
Stavolta non senza spiegarne il motivo all’amministratore delegato che, qualche settimana dopo, ha preso provvedimenti.
Uno su mille ce la fa.
NON SONO UN CASO ISOLATO
Ci sono stati altri eventi, anche più gravi purtroppo, ma credo bastino questi a rendere l’idea di una pervasività TANTO elevata.
Se leggendo hai pensato: “beh dai, sei stata particolarmente sfortunata” oppure “com’è che capitano tutti a te?”, think twice.
Fatti un giro su post analoghi: ne trovi una marea adesso collegati a Epstein, ma prima c’è stato il movimento Me Too, e quotidianamente innumerevoli denunce, tutte sminuite, dimenticate dopo poco, o tirate fuori quando ormai è troppo tardi.
Episodi come i miei succedono ogni giorno, ad ogni ora, in ogni contesto.
Alla tua collega, alla tua vicina di casa, alla tua amica, a tua sorella, a tua figlia.
Solo perché tu certe cose non le faresti mai, non significa che altri siano come te.
Ma se non ti poni il problema finché non ti tocca da vicino, non sei davvero un alleato.
Mi dà fastidio chiederti una mano?
Sì, per me E per gli uomini come te, brave persone che però non si espongono.
COSA CHIEDIAMO A VOI UOMINI
Perché, se ancora non fosse abbastanza chiaro, non stiamo chiedendo che ci proteggiate: vi stiamo chiedendo di non costringerci a farlo.
Potete fare una prevenzione enorme, cambiando la cultura: da dentro i vostri gruppi whatsapp, nelle vostre serate fuori, nei vostri spogliatoi sportivi, nelle riunioni in cui noi siamo minoranza o abbiamo ruoli subordinati.
Scegliendo con cura le parole da non dire e i gesti da non fare, usando la vostra intelligenza emotiva per educare e dare l’esempio, condannando apertamente la mancanza di rispetto e gli abusi di potere, riconoscendo e correggendo le asimmetrie, anche quando è scomodo.
Sono anni che parlo di empowerment, di imparare a dire no, di rinforzo dei confini.
Ne parlo perché so che, da donne, possiamo rendere meno probabili certi “fraintendimenti”, senza sacrificare la nostra libertà di espressione né compromettere le nostre carriere.
Ma c’è la vostra parte che manca all’appello.
Cosa deve succedere, ancora, perché vi mettiate seriamente in gioco?
Perché finalmente crediate che quelli che ho incontrato io (e milioni di donne come me) non sono casi isolati, mostri, depravati, ma possono essere i vostri colleghi, i vostri amici, i vostri parenti?
Perchè vi dà fastidio essere messi nel mucchio quando partono le accuse, ma non fate niente di eclatante per differenziarvi?
Siamo stanche.
Ma continueremo a dire la nostra e ad agire di conseguenza, nonostante gli spazi di manovra sempre più stretti.
E a sperare che voi facciate altrettanto, in privato ma anche in pubblico. Finalmente.